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Intelligenza artificiale, Italia diffidente: metà del Paese più preoccupata che entusiasta

web Elaborato Creato il 2025-10-26
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Data Pubblicazione
2025-10-21
Lingua
it
Ultimo Aggiornamento
2025-10-26 08:37

Sintesi Breve

Riassunto generato da Gemini (max 200 parole)

Un sondaggio del Pew Research Center rivela che in Italia prevale la preoccupazione rispetto all'entusiasmo verso l'intelligenza artificiale (IA). Circa metà degli italiani si dichiara più preoccupata che entusiasta per la sua crescente diffusione, temendo la perdita di controllo umano, i rischi per l'occupazione e l'eccessiva influenza nei processi decisionali. La fiducia nelle istituzioni per regolamentare l'IA è bassa: solo il 41% confida nel governo italiano e il 40% nell'Unione Europea. I giovani, le persone con un'istruzione superiore e gli utenti frequenti di internet mostrano maggiore apertura, mentre le donne tendono ad essere più diffidenti. In sintesi, l'Italia si distingue per un approccio cauto e scettico verso l'IA, legato a timori concreti e a una limitata fiducia nella capacità delle istituzioni di gestirne l'impatto. Il dibattito appare ancora immaturo, con una conoscenza superficiale dell'IA e un senso di esclusione tecnologica.

Trascrizione Estesa

Testo rielaborato e formattato da Gemini

Intelligenza artificiale, Italia diffidente: metà del Paese più preoccupata che entusiasta. Il Pew Research Center fotografa un Paese prudente e disilluso, dove la maggior parte delle persone conosce l’IA, ma poche credono nella capacità di Roma e Bruxelles di gestirne l’impatto. È un mix di curiosità e sospetto quello con cui gli italiani guardano all’intelligenza artificiale (IA). Secondo il report del Pew Research Center, basato su oltre 28.000 interviste in 25 Paesi, l'Italia è tra quelli in cui la preoccupazione per l’IA supera di gran lunga l’entusiasmo. Circa un italiano su due si dichiara "più preoccupato che entusiasta" per l’aumento dell’uso dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Solo una minoranza si dice ottimista, mentre il resto esprime sentimenti contrastanti: entusiasmo e ansia, speranza e timore. In Europa, solo Grecia e Francia mostrano un livello di ansia comparabile a quello italiano. A preoccupare sono soprattutto la perdita di controllo umano, i rischi per il lavoro e l’invasività della tecnologia nei processi decisionali pubblici. L’IA viene percepita come una forza potente ma difficile da incanalare e il nodo centrale resta la fiducia in chi deve governarla. Proprio su questo punto i dati sono eloquenti: solo il 41% degli italiani dichiara di avere fiducia nel proprio governo per regolamentare in modo efficace l’intelligenza artificiale, contro una media globale del 55%. Peggio ancora va all’Unione Europea: appena quattro italiani su dieci credono che Bruxelles sia in grado di definire regole equilibrate e trasparenti per l’uso dell’IA (nonostante l’AI Act rappresenti uno dei quadri normativi più completi e ambiziosi al mondo), un dato che colloca l’Italia tra i Paesi più scettici del continente insieme a Grecia e Polonia. Il quadro cambia leggermente quando si osservano le differenze interne. I giovani adulti, soprattutto quelli sotto i 35 anni, si dichiarano più informati e più aperti all’innovazione tecnologica. Quasi il 60% di loro afferma di aver "sentito molto parlare" di intelligenza artificiale, contro meno del 30% tra gli over 50. Anche il livello di istruzione e l’uso frequente di internet influenzano la percezione: chi ha studi universitari o utilizza la rete "quasi costantemente" tende a essere più fiducioso e meno spaventato. La polarizzazione è evidente anche nel rapporto tra genere e tecnologia: le donne risultano mediamente più diffidenti degli uomini, meno propense a fidarsi delle istituzioni e più preoccupate per le conseguenze sociali dell’automazione. È il segnale di un dibattito ancora immaturo, dove la conoscenza dell’IA resta superficiale e i timori si mescolano a un senso di esclusione tecnologica.

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Intelligenza artificiale, Italia diffidente: metà del Paese più preoccupata che entusiasta
Il Pew Research Center fotografa un Paese prudente e disilluso, dove la maggior parte delle persone conosce (ma non troppo) l’Ia, ma poche credono nella capacità di Roma e Bruxelles di gestirne l’impatto
3' di lettura
È un mix di curiosità e sospetto quello con cui gli italiani guardano all’intelligenza artificiale (Ia). Secondo il nuovo report del Pew Research Center, pubblicato lo scorso 15 ottobre e basato su oltre 28.000 interviste in 25 Paesi, il nostro Paese è tra quelli in cui la preoccupazione per l’Ia supera di gran lunga l’entusiasmo. Circa un italiano su due dichiara di essere “più preoccupato che entusiasta” per l’aumento dell’uso dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana. Solo una minoranza si dice invece ottimista, mentre il resto del campione esprime sentimenti contrastanti: entusiasmo e ansia, speranza e timore.
In Europa, solo Grecia e Francia mostrano un livello di ansia comparabile a quello italiano. A preoccupare gli italiani sono soprattutto la perdita di controllo umano, i rischi per il lavoro e l’invasività della tecnologia nei processi decisionali pubblici. L’Ia viene percepita come una forza potente ma difficile da incanalare e il nodo centrale resta la fiducia in chi deve governarla.
Proprio su questo punto i dati sono eloquenti: solo il 41% degli italiani dichiara di avere fiducia nel proprio governo per regolamentare in modo efficace l’intelligenza artificiale, contro una media globale del 55%. Peggio ancora va all’Unione Europea: appena quattro italiani su dieci credono che Bruxelles sia in grado di definire regole equilibrate e trasparenti per l’uso dell’IA (nonostante l’AI Act rappresenti uno dei quadri normativi più completi e ambiziosi al mondo), un dato che colloca l’Italia tra i Paesi più scettici del continente insieme a Grecia e Polonia.
Il quadro cambia leggermente quando si osservano le differenze interne. I giovani adulti, soprattutto quelli sotto i 35 anni, si dichiarano più informati e più aperti all’innovazione tecnologica. Quasi il 60% di loro afferma di aver “sentito molto parlare” di intelligenza artificiale, contro meno del 30% tra gli over 50. Anche il livello di istruzione e l’uso frequente di internet influenzano la percezione: chi ha studi universitari o utilizza la rete “quasi costantemente” tende a essere più fiducioso e meno spaventato.
La polarizzazione è evidente anche nel rapporto tra genere e tecnologia: le donne risultano mediamente più diffidenti degli uomini, meno propense a fidarsi delle istituzioni e più preoccupate per le conseguenze sociali dell’automazione. È il segnale di un dibattito ancora immaturo, dove la conoscenza dell’IA resta superficiale e i timori si mescolano a un senso di esclusione tecnologica.

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